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Rilocalizzazione delle emissioni di carbonio (carbon leakage)

Si ha rilocalizzazione delle emissioni di carbonio (carbon leakage) quando le imprese trasferiscono la produzione che genera gas a effetto serra in Paesi con politiche climatiche meno severe, per evitare i costi del carbonio. Lo spostamento compromette l’efficacia ambientale della politica di partenza, perché non riduce le emissioni globali complessive e può danneggiare la competitività dell’industria nazionale.

La rilocalizzazione delle emissioni di carbonio è un problema centrale della politica climatica globale: descrive la situazione in cui regole ambientali rigorose in una regione provocano un aumento delle emissioni di gas a effetto serra in un’altra. Accade quando le imprese, soprattutto nei settori ad alta intensità energetica, trasferiscono le proprie attività in giurisdizioni dove il prezzo del carbonio è più basso o inesistente, per ridurre i costi. Il timore principale è che questa pratica annulli i benefici climatici della politica originaria: invece di ridurre le emissioni globali, le sposta semplicemente oltre confine, con il rischio di perdite di posti di lavoro e di deindustrializzazione nella regione più attiva sul fronte ambientale.

Il fenomeno pone un dilemma serio ai decisori politici e a mercati come il sistema per lo scambio di quote di emissione dell’UE (EU ETS). Se il prezzo delle quote di emissione (come le EUA) sale troppo, aumentano i costi operativi delle industrie regolamentate, che diventano meno competitive rispetto ai concorrenti esteri non soggetti a oneri analoghi.

Come si verifica la rilocalizzazione delle emissioni

La rilocalizzazione delle emissioni può manifestarsi in due modi principali:

  • Rilocalizzazione diretta (trasferimento della produzione): è la forma più immediata, in cui un’impresa chiude o riduce la produzione in un Paese che applica un prezzo del carbonio e la trasferisce in un Paese che non lo applica. Un cementificio europeo, ad esempio, potrebbe chiudere e aprire un nuovo stabilimento in una regione senza costi per le emissioni.
  • Rilocalizzazione indiretta (scambi e importazioni): avviene attraverso le dinamiche di mercato. Poiché i costi del carbonio fanno salire il prezzo dei beni prodotti internamente, consumatori e imprese possono passare ad alternative importate più economiche e a maggiore intensità di carbonio. Ne aumentano così la domanda e, di conseguenza, la produzione (e le emissioni) nei Paesi esportatori con regole più blande.

Per contrastarla, i sistemi di regolamentazione hanno introdotto contromisure come l’assegnazione gratuita di quote di emissione ai settori a rischio o, più di recente, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (CBAM).

Esempi concreti

Caso 1: un’acciaieria europea

Un’acciaieria che opera in Germania è soggetta all’EU ETS e deve acquistare quote di emissione dell’UE (EUA) per coprire le proprie emissioni di CO₂. Quando il prezzo delle EUA sale, aumentano i costi di produzione e il suo acciaio diventa più caro di quello importato da un Paese senza tassa sul carbonio. Per restare competitiva, l’impresa potrebbe decidere di chiudere lo stabilimento tedesco e trasferire la produzione in quel Paese: sarebbe un caso di rilocalizzazione diretta delle emissioni.

Caso 2: prevenire la rilocalizzazione con il CBAM

Per risolvere questo problema l’UE sta attuando il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere. Con questo sistema chi importa acciaio nell’UE deve acquistare certificati CBAM corrispondenti al prezzo del carbonio che avrebbe pagato se l’acciaio fosse stato prodotto secondo le regole dell’UE. Si ristabilisce così la parità di condizioni, l’impresa tedesca non ha più motivo di delocalizzare e i beni importati sostengono gli stessi costi del carbonio di quelli prodotti nell’UE. Per approfondire, si veda la voce sul meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (CBAM).

Per informazioni ufficiali si può consultare la documentazione della Commissione europea sulla protezione contro la rilocalizzazione delle emissioni di carbonio.