Greenwashing
Il greenwashing consiste nel diffondere affermazioni false o fuorvianti sui benefici ambientali di un prodotto, di un servizio o di un’azienda. È una tattica usata per attirare consumatori e investitori attenti all’ambiente, spesso senza che l’azienda compia sforzi concreti in materia di sostenibilità.
Il greenwashing, detto anche «green sheen», indica la tattica di marketing ingannevole con cui un’azienda spende più tempo e denaro per presentarsi come rispettosa dell’ambiente che per ridurre il proprio impatto ambientale effettivo. È un problema serio per la finanza climatica, perché distoglie capitali dai progetti con un impatto reale e mina la fiducia negli investimenti sostenibili. Per gli investitori in cerca di un impatto ambientale concreto rappresenta un rischio rilevante, dato che distinguere la sostenibilità autentica da un marketing abile può essere difficile.
Il greenwashing sfrutta la crescente domanda di opzioni sostenibili da parte di consumatori e investitori. Invece di affrontare il lavoro impegnativo di trasformare il proprio modello di business, alcune aziende scelgono una strategia di comunicazione che costruisce un’immagine verde ingannevole. Così danneggiano l’ambiente, perché perpetuano pratiche non sostenibili, e penalizzano le imprese che si impegnano davvero.
Come riconoscere il greenwashing
Gli investitori possono imparare a riconoscere le tattiche di greenwashing più comuni facendo attenzione a questi campanelli d’allarme:
- Affermazioni vaghe o non dimostrate: termini ambigui come «ecologico», «naturale» o «sostenibile» usati senza dati specifici, prove o certificazioni di terzi a sostegno.
- Il compromesso nascosto: mettere in risalto un singolo aspetto ambientale positivo ignorando impatti negativi più rilevanti. Per esempio, promuovere l’imballaggio riciclato di un prodotto il cui processo di fabbricazione resta altamente inquinante.
- Affermazioni irrilevanti: enfatizzare un dato vero ma privo di importanza. Un caso classico è l’etichetta «senza CFC», irrilevante perché i CFC sono vietati per legge da decenni.
- Immagini e marchi fuorvianti: usare immagini della natura (foglie, acqua, paesaggi verdi) e palette di colori terrosi per suggerire un beneficio ambientale che non esiste.
- Mancanza di trasparenza: non fornire dati accessibili, report o verifiche indipendenti a sostegno delle dichiarazioni ambientali. Un’azienda davvero sostenibile è trasparente su metriche e metodologie.
Esempi concreti
- Caso 1, il fondo «ESG»: un fondo d’investimento commercializzato come «ESG» (ambientale, sociale e di governance) che, a un esame più attento, detiene posizioni consistenti in società dei combustibili fossili o in grandi inquinatori. I gestori possono giustificarlo con criteri ESG poco rigorosi o affidandosi a dati non verificati, dichiarati dalle aziende stesse.
- Caso 2, la «Conscious Collection» del fast fashion: un marchio globale di fast fashion lancia una piccola collezione di capi realizzati con una bassa percentuale di materiali riciclati. L’iniziativa, molto pubblicizzata, serve a distogliere l’attenzione dal modello di business del marchio, che si basa su sovrapproduzione, esaurimento delle risorse e catene di fornitura dannose per l’ambiente.
Per gli investitori, l’antidoto al greenwashing è puntare su attivi con un impatto ambientale chiaro, misurabile e regolamentato. Invece di affidarsi alle affermazioni del marketing, conviene cercare strumenti legati a risultati tangibili, come le quote di emissione dei mercati regolamentati, che contribuiscono direttamente alla riduzione delle emissioni.